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A. 01
I morti si mettono in viaggio, soli. Hanno valigie da mendicanti. Su macchine sgangherate percorrono strade incerte. Fanno il giro della terra. Tornano dopo anni, in un giorno di luce opaca, al mattino. Attendono davanti alla finestra, perchè è presto per svegliare tutti. Attendono riposando dentro quella macchina mai vista, che ha viaggiato a lungo. I morti non parlano. C'è solo la verità. Qualcuno dice: "E' morto, è morto di nuovo." Nessuno osa uscire per salutarlo. Restano sulla soglia della casa, in attesa. E' un addio muto, senza conforto. E' qui per andare via, di nuovo. Riparte. Piccola C., domani non c'è il sole. E allora non è un caso. La pioggia mi ha restituito il compito del dolore. Ho questa mia foto davanti, sempre negli occhi. E non sembra, perchè la pelle è tranquilla e gli occhi socchiusi, ma io sono furiosa. La rabbia mi mangia dalla base delle ossa e risale lentamente. Sono terra scura attraversata più volte dal fuoco. Immobile nel suono che viene avanti. Aprite la porta di questa gabbia. Oggi fingo di essere morta. Immobile in questo letto completamente bianco, non mio. In questa stanza bianca e fresca. Gli occhi aperti. Fissi su niente. - non disturbare - (la morte esige rispetto) Incarnazioni ostinate di me stessa e della mia paranoia sono distese al mio fianco. Cento lame nella mia schiena e una lancia precisa nel petto. Così non oso muovermi, non oso respirare se non per piccoli battiti e sussulti. Avete il mio silenzio, la mia promessa. Dove tutto inizia dove tutto finisce l'anima nel suo tremito continuo e profondo seguo a ritroso il sangue nelle vene arrivo al dolore senza nome senza forma. Ora sei qui, sei qui. (sto gridando, salvatemi.) E' arrivata la pioggia eroina feroce. Questa notte vinco io. Aspetta i miei passi. Aspetta i miei passi. Sono il destino deviante dal luogo del rimorso - la fame abbracciata al tuo corpo. Lentamente divoro: complice insolente, presto avrò ciò che chiedevo. Vorrei trovare il luogo in cui si allevia la memoria dolorosa delle persone care, dove poter accettare senza strepiti il distacco. C’è qualcosa di catastrofico nell’aria irreale di questi giorni. Io non faccio che digrignare i denti, tenere stretta l’anima che tende a fuggire. Vorrei aprire gli occhi, uscire dai sogni, abbandonare il silenzio. Ho le dita di ghiaccio per quando qualcuno esige carezze. La lingua tagliente. Ho voglia di maledire il vento incapace di mantenere promesse. Nel mio cuore ora resta una macchia scura, incerta, dolente. È il fondo arido della mia anima. Dove prima era custodito un pensiero ora è passato il fuoco. Ha preteso per sé le più belle parole, ne ha fatto i miei incubi. Ho chiuso gli occhi per non dover pensare. Ho faticato percorrendo la salita che portava al niente. Ma non vorrei essere qui ora. Eppure resto immobile di fronte a me stessa e in fondo al labirinto di specchi non sono più io. Sto gridando senza pudore. Ma non è certo questo che importa. Con me avrò la notte, camminando al mio fianco scandirà il tempo, disegnerà il mio sorriso sulla sabbia. vorrei un fucile per spararmi in bocca adrenalina e amore tutto quello che non ho. e mettere silenzio su altro silenzio mettere le mani sulla mia bocca e da parte i pensieri. vorrei bruciare tutto il tempo che mi fa schifo tutto il tempo che ho lasciato sciogliersi nello stomaco. e voi venitemi a cercare sotto i ricordi piccola e nascosta. voi venitemi a cercare dove non c'è più nulla che io possa toccare. se solo sfioro la mia pelle arida muoio. sono un grande campo giallo di dolore e mastico acido amaro. voi venitemi a cercare dove non avrò mai più fiato e cuore che batte e si rompe per sempre. voi venitemi a cercare dove ho lasciato le tue mani vuote con le parole più cattive del mondo. Sono la tua mente serrata sotto le bombe ti tenderò la mano quando giungerà la pioggia. Sarà un sogno leggero attraverso il buio gravido di canti. Sarà la notte il mio ricordo armonioso. L’alba arriva inattesa, livida luce, sarò sola. [takk #9] Sulle strade che portano al giorno ho ascoltato la lingua salmastra del vento. Cantava “Ti regalerò i ricordi di qualcuno lontano nel mondo. Avrai gli occhi e le mani di chi ha camminato a lungo nel sole.” Così ho atteso il deserto nei sogni, ho immaginato fredde notti stellate. Piangete i vostri morti come ancora caldi di sangue perchè morti ieri appena lievi e silenziosi – occhi vuoti di parole. Piangete i vostri morti perché sono ovunque. Voracemente strepiteranno passandovi accanto toccando il vostro sonno incerto sussurrano delirio ai vostri sogni. Hanno bocche divorate dalla sete e tra i denti pietre di rubino. Piangete i vostri morti. Sfioreranno la vostra coscienza annuseranno la vostra maledetta pelle colpevole. Piangete i vostri morti. Perché pronunciano terribili parole di sventura. Presto grideranno la vostra fine. Proclameranno il loro verdetto. Sulla vostra testa. Che cada. Perché si faccia infine perfetta quiete. Piangete i vostri morti. Perché così tanti. Voi non avrete alcuna speranza. Solleveranno scurissima polvere sopra i vostri occhi per rigenerare il mondo. Sprofondandovi nel tempo abissale gioiranno. Piangete i vostri morti. Sulle rive delle città Sopra il rumore sentirete il loro mostruoso benvenuto Lo annunceranno al tramonto su grovigli pulsanti di strade. Piangete i vostri morti muti assenti. Perché non torneranno su dalla terra. E mai canteranno tremendi inni di rabbia. Tolgo ciuffi di uomini dalla mia schiena senza guardare i loro inutili volti sereni. E mi perdo nei luoghi abitati dai vermi dove sussurrano promesse di una fine imminente. Sciami di topi mi infettano il cuore e dormono quieti tra le rughe di lacrime acide e dure. Ma io ho tenuto tra i denti il ricordo di quando gridavo alla notte di salvarmi dai piani dei folli e portarmi in fretta alla fine del tempo. So che ubriaca dormirei meglio sulle distese umide dei vostri rimorsi. Lì preferirei far cadere le nuvole stanche corrose dal tempo o dal grigio sospetto di essere lievi. Aspettate voi abbracciati la fine del mondo ma se io voglio morire lasciatemi andare. Senza più rabbia io sarò morbida terra e avrete i miei canti dispersi nel vuoto. Saranno singhiozzi adagiati sull’ultimo verso del suo sommesso e ostinato ansimare. IV Io arrivo lenta in cima al risveglio e rovino i contorni mangiati dei sogni. Corrosi da nuvole gonfie. E assetati di pianti. Attendo. Come migliore risposta a tutto. Attendo che faccia male davvero. Perché non si spenga la voce. La mia, innaturale e corrotta. Poi fingo sollievo e canto. Soffoco frasi nuove e contorte. Mi prendono gocce in volute e capriole. Gocce nascoste. È sangue. Sparisce. Lo bevo. Annacquo le cose. Intorpidisce il corpo come filtro d’amore. È veleno. È il gusto del pianto. [elegie dal nulla] |